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Yoga

Esistono gli stili di yoga?

10 Ottobre 2022 by Francesco Vignotto 1 commento

Quanti stili di Yoga esistono? Risposta breve: dal punto di vista commerciale molti, e rispondono più ai bisogni di fare tribù e di battere cassa che a una visione chiara e particolare; dal punto di vista della metodologia, già il campo si restringe a poche variabili, visto che nella maggior parte dei casi si tratta di approcci alla sola pratica posturale (del resto, in molti casi, per le dimensioni ulteriori dello yoga non esistono né le competenze né la tempra); da un punto di vista filosofico, gli enti si riducono ulteriormente, almeno se consideriamo gli stili oggi presenti ‘sul mercato’, che assomigliano sempre di più a delle confezioni sugli scaffali più che a ‘tradizioni’, ‘lignaggi’ o ‘visioni’ di una particolare scuola o maestro, anche perché queste ultime cose, a differenza delle prime, non si possono comprare con altrettanta facilità.

Ma il latte, quello vero, quello della mucca, dov’è?!

Tiziano Terzani

Forse la prospettiva del perfetto neofita è l’unica che abbia un senso. E allora, abbracciamola.

Chi si approccia allo yoga per la prima volta si trova spesso di fronte a una selva di ‘tanti yoga diversi‘ di cui è difficile farsi una ragione; per alcuni – non è detto che siano le persone più inclini ad esplorarla seriamente – è una festa di luci colorate di cui abbuffarsi, altri – non per forza più o meno seri – rimangono confusi come chi si accosta per la prima volta alla discografia di Frank Zappa, dando per scontato per eccesso di buona fede di trovarvi altrettanta sostanza.

Questo spaesamento coglie chiunque nonostante a livello popolare sia ormai maturata un’idea piuttosto chiara di cosa sia lo yoga di per sé, indipendentemente dalla capacità di definirla a parole (un po’ come accade per la meditazione), e anche chi ne pratica una clamorosa contraffazione ne è quasi sempre pacificamente consapevole.

Intuizione dell’unità del reale ed esperienza della molteplicità: sembra vi siano gli elementi per un’indagine veramente yogica. Non ce la caveremo quindi con un facile ‘lo yoga è uno’, ma dovremo evitare anche di moltiplicare inutilmente gli enti.

Riguardo a quest’ultimo aspetto – ovvero percepire un mondo di sole differenze – prendiamo ad esempio un insegnante che offre uno dei tanti stili presenti sul mercato, o meglio ancora un ventaglio di stili: alla persona interessata non mancheranno gli argomenti per sostenere l’unicità e la specificità di ognuno dei suddetti stili, e spesso la necessità di una classe separata dedicata a ognuno di essi, il che potrebbe anche, da un punto di vista funzionale, essere giustificato, ma introduce una frammentazione che è l’opposto dell’esperienza yogica, ovvero di quell’unità reintegrata, quell’appagamento che deriva nella percezione diretta che ciò che è qui è anche altrove, ma ciò che non è qui non è da nessuna parte. In altre parole, solo un’anima frammentata può pensare che l’ora di Power Yoga contenga qualcosa che nella lezione di Yoga del Sospiro – o in una passeggiata – manca.

Ma anche con questa frammentazione non si può fuggire il confronto, perché ognuno di noi è un frammento. Ciò non ci impedirà da un canto di esercitare il discernimento, dall’altro di riconoscere in un brandello imperfetto e incongruente, forse proprio perché uno qualunque, il tutto.

Yoga-qualcosa e yoga-con-qualcosa: dalla pratica al protocollo

Ora, scremiamo dal mazzo tutti gli yoga-con-qualcosa che si distinguono dalla presenza di un accessorio: yoga con la palla, con la fascia, con il gatto o con la capra; e tutti quelli mirati a particolari tipologie di persone o condizioni: yoga per persone in sovrappeso, yoga per corridori, yoga in gravidanza ecc. Sui primi non ci esprimeremo, i secondi non sono in discussione e a ben vedere non sono stili ma adattamenti: i destinatari sono chiari e inequivocabili (se ne ho bisogno, lo so), e l’esigenza di classi distinte è di ordine pratico.

Che cosa rimane? Se parliamo di yoga moderno come fenomeno di massa – da cui, volenti o nolenti, tutti dobbiamo passare – certo rimane nominalmente qualche lignaggio o tradizione, ovvero il corpus di insegnamenti trasmessi da un maestro o da una scuola ai propri allievi. Già però lo statuto di fenomeno di massa cozza con la dimensione artigianale e se vogliamo settaria che queste realtà implicherebbero.

Non è ovviamente un discorso generalizzabile – esistono delle eccezioni che confermano la regola – ma quando metti in commercio la tradizione a livello globalizzato, essa diventa proprietà intellettuale, la scuola diventa brand multinazionale, l’iniziazione diventa certificazione – ovvero ancora qualcosa che si compra – e l’insegnamento protocollo che tende a tradursi il più possibile in procedure standardizzate, laddove il cuore dell’insegnamento tradizionale sta nei principi, negli orientamenti che sta al singolo attualizzare: senza questo salto lasciato al singolo, non c’è possibilità di trasmissione.

Non a caso i protocolli, a differenza degli insegnamenti, invecchiano: il Daodejing, il Vijñānabhairava o anche gli Yoga Sutra sono molto più attuali – proprio perché da interpretare e attualizzare – di molti dei dettagliatissimi manuali di Yoga scritti negli ultimi cinquant’anni, le cui concezioni biomeccaniche e gli ammiccamenti ai fondamenti scientifici della pratica, per fare un esempio, risultano già superati alla data di pubblicazione.

Ma la maggior parte degli stili che oggi popolano i cartelloni dei centri yoga non appartengono alla fattispecie appena descritta. In molti casa si tratta ormai di marchi di più recente coniazione, a volte nati in reazione ai nomi più tradizionali o come loro evoluzioni, che parlano un linguaggio fitto di anglismi e a volte di scientismi più che di termini sanscriti.

E qui diventa molto difficile districarsi, se prendiamo sul serio la selva di definizioni e di slogan, di dichiarazioni di intenti, di certificazioni e di sotto-marche, di studi a sostegno dell’efficacia (quasi mai indipendenti: quanto potremmo prendere sul serio una ricerca che sancisce la bontà di una marca specifica di cerotti?).

Non neghiamo che ci sia della sostanza – ve ne è sicuramente – ma ci limitiamo ad osservare che le modalità di somministrazione e di presentazione, anche qui piuttosto standardizzate (lo yoga su misura per te, secondo l’umore del giorno, a cui nessuno aveva mai pensato prima, comodamente da casa, lo yoga che meriti o di cui avevi bisogno), rivelano molto più spesso l’impronta smaliziata del consulente di marketing piuttosto che del praticante appassionato.

Molti yoga, uno yoga? Il paradosso degli scaffali

Ci troviamo quindi di fronte a molti yoga sostanzialmente diversi? Calma.

In tutti i casi finora descritti, non ci troviamo quasi mai di fronte a sistemi diversi, ma a degli approcci, a dei metodi di insegnamento e di esecuzione di un repertorio di pratiche piuttosto consolidato: si tratta dell’immancabile pratica posturale (asana); per i più raffinati, anche di pratica energetica a base respiratoria (pranayama, kriya e mudra); e, per chi vuole proprio strafare, anche di approccio alla meditazione (dhyana).

Se volessimo proprio superare noi stessi, ma forse oltrepassiamo anche gli angusti limiti di questo articolo e delle questioni stilistiche, potremmo dire che in ognuno di questi tre elementi dovrebbe essere percepito il sapore dell’altro. E qui ci sarebbe già moltissimo lavoro da fare, tanto da farci dimenticare il nome dello Yoga che siamo entrati a praticare.

Tuttavia sappiamo che le esigenze di uno Yoga massificato vanno in tutt’altra direzione, e che se la Grande Distribuzione non vuole più soppiantare le piccole attività locali, è perché le conviene di più inglobarle. Questo spiega la tendenza, che si va sempre più affermando soprattutto nei centri yoga dei grandi agglomerati urbani, di offrire al pubblico un menù il più ricco possibile di stili, o meglio di molte marche diverse da riporre sugli scaffali.

Questa logica potrà avere certo un riscontro di tipo commerciale (ma per chi? per chi acconsente a posizionarsi su uno scaffale o per chi decide la forma e le regole di posizionamento in tutti gli scaffali in tutti i supermercati?).

Tuttavia, se è la sostanza che ci interessa, un contesto simile suggerisce a volte l’impressione di uno Yoga ‘a comparti stagni’, dove ogni stile – incompossibile all’altro – pone l’accento su un singolo aspetto particolare e sul polo di una dicotomia, invece di cercare un equilibrio complessivo e quella unità di fondo di cui parlavamo più sopra: la dolcezza o la forza, il rigore nell’allineamento o l’adattamento alle singole corporature, il gesto atletico o l’introspezione, fino al gettonatissimo dilemma – perché facilmente identificabile – tra yoga statico e yoga dinamico (dilemma che, sia detto per inciso, sarebbe ora di educare a superare).

Si aggiunga anche che molti dei tratti con cui diversi stili si identificano sono o dovrebbero essere patrimonio dello yoga in generale, il che fa dubitare – delle due l’una – delle competenze o della buona fede: ad esempio, il ruolo vigile e attivo del respiro nel movimento e nella stasi, il rilassamento nell’esecuzione, la pratica di alcune posizioni per un tempo prolungato, l’attitudine ‘mindful’ e gli effetti vago-tonici della pratica.

Nella girandola dei nomi finisce spesso anche lo Hatha Yoga, come uno stile tra i tanti, o un farmaco generico a cui grazie al cielo nessuno è ancora riuscito a mettere la firma; tuttavia riconoscere il debito di ogni brand contemporaneo nei confronti della propria matrice sarebbe questione di buona educazione e di onestà intellettuale, a meno che dello Yoga sappiamo solo ciò che ci hanno raccontato.

Ma l’avere praticato – e magari essere abilitati ad insegnare – tanti stili diversi significherà aver acquisito altrettante abilità o soltanto un patentino per utilizzare un nome? E come mettere a frutto, ovvero come potranno queste tante abilità aiutarmi a risalire quell’unità di fondo che è l’obiettivo dello yoga, se i comparti stessi non vengono messi in discussione, se cioè la sintesi creativa dell’esperienza personale è inibita da motivi strutturali?

Insomma, pur riconoscendo legittime e a volte pure necessarie le ragioni di metodo, di approccio e anche pecuniarie di ‘tanti yoga diversi’, per dirla con Terzani: ma lo yoga, quello vero, quello della mucca, dov’è?

La domanda sorge spontanea in un campo dove l’esibizione di titoli assomiglia sempre più pericolosamente a mettere le mani avanti. Quel che è certo è che chi si lascerà guidare da quell’idea intuitiva – ormai comune ai più – di cui parlavamo all’inizio, prima o poi troverà o verrà trovato da ciò che cerca. Chi invece presterà più attenzione del dovuto all’attribuito accanto alla parola Yoga, si prepari a un pellegrinaggio per mille parrocchie.

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Praticare yoga con la diastasi addominale si può (se si fa yoga davvero)

2 Settembre 2022 by Zénon Lascia un commento

L’assunto potrebbe valere anche se si sostituisce la diastasi addominale con il disturbo X: se sei in grado di respirare, muovere il corpo e di utilizzare la concentrazione, diceva Krishnamacharya, si può praticare yoga. Certo, bisognerebbe però alzare leggermente il tiro sull’offerta e sulla domanda.

Un post apparso su una pagina dedicata alla fisioterapia per le neomamme ci ha suggerito una riflessione che va anche oltre il tema dello yoga nel post parto. Le autrici invitano infatti alla cautela nel praticare yoga in presenza di diastasi addominale, ovvero l’eccessiva separazione tra la parte sinistra e destra del muscolo retto addominale, fenomeno molto frequente, e in parte fisiologico, dopo una o più gravidanze. 

Nel post si avverte che non basta essere praticanti di lunga data e che anzi vi possono essere casi in cui con lo yoga la diastasi e l’incontinenza peggiori. In sintesi, l’indicazione è che occorre prima imparare ad attivare pavimento pelvico e addome in risposta agli sforzi, suggerendo di chiedere una consulenza con fisioterapisti specializzati in queste problematiche. 

Concordiamo appieno in quanto sopra, compreso il suggerimento finale: in presenza di condizioni particolari, come nel caso in questione, è sempre meglio chiedere il parere di un professionista sanitario, prima di avviare o riprendere un’attività.

Il problema a questo punto è lo yoga, o meglio quanto si trova in giro sotto questo nome e le idee che vengono messe in testa a chi lo pratica e magari vi si appassiona. Non stentiamo a credere ad esempio che certe arcuazioni della colonna, come descritto nel post, possano aver indebolito l’addome di alcune neomamme; e nemmeno ci risulta inverosimile che in alcune classi, per rendere più appetibile la pratica a un pubblico poco interessato all’interiorità, si finisca per fare ‘cose’ che alla fine dei conti sì, non solo gli assomigliano, ma sono proprio dei crunch, e che quindi vengono pure eseguiti male perché in un contesto inadatto.

Però, e per l’appunto, concedeteci un po’ di amarezza per l’immagine del mondo dello yoga che trapela. Amarezza perché questa immagine è verosimile e probabilmente diffusa, ormai persino storicizzata, ma ci rattrista e un ci provoca una certa vergogna, perché non avrebbe molto a che fare con lo spirito di questa disciplina e perché non dovremmo fasci ricordare da altri alcuni principi che dovremmo conoscere bene.

Primo, perché il controllo di pavimento pelvico e addome è (dovrebbe essere) patrimonio dello yoga di lunga data: l’area pelvico-addominale è fondamentale nella regolazione del respiro e quindi dovrebbe essere esplorata nei minimi dettagli; i primi due bandha, Mula e Uddiyana, che vengono attivati sottilmente anche dalle posizioni, sono inoltre dei ‘meccanismi’ di stabilizzazione di quest’area sia da un punto di vista posturale, sia da quello pranico. Nelle arcuazioni, ad esempio, sono indispensabili non solo per l’eventuale diastasi, ma anche per la protezione della colonna lombare. Purtroppo, spesso l’obiettivo di una posizione fotogenica offusca le menti di molti praticanti e (quel che è peggio) di molti insegnanti, facendo loro confondere i mezzi con i fini.

Il secondo motivo di amarezza è ancora più sostanziale perché riguarda il diverso modo di affrontare lo sforzo, che dovrebbe essere proprio ciò che distingue la pratica yogica dalle altre pratiche fisiche. Compiere uno sforzo in assenza di sforzo in termini biomeccanici è un koan proprio come sentire il suono di una mano sola che applaude, e come tale dev’essere affrontato: la spiegazione è non pervenuta a livello razionale, ma alla portata di tutti se guidati in un ascolto profondo ed esteso del proprio corpo.

Diastasi addominale

Il compito principale dell’insegnante di yoga dovrebbe essere creare le condizioni perché gli allievi facciano ciò che devono fare con calma (il che non vuol dire per forza: lentamente), espandendo l’attenzione a fenomeni normalmente ritenuti irrilevanti o automatici, proprio come la respirazione e i movimenti viscerali. Ciò che fa veramente la differenza è che nello yoga il carico lo senti arrivare prima, con tutto il tempo per fermarti in tempo o di accoglierlo dal tuo centro, per cui potremmo dire che la precauzione sta nell’atteggiamento stesso, più che nelle misure di prevenzione (fermo restando, beninteso, che gli infortuni possono capitare anche nella più innocua delle attività).

Per questo, se a lezione  di yoga non vi insegnano il controllo di pavimento pelvico e addome e se state sottoponendo il vostro corpo a carichi paragonabili a quelli di una sala pesi in una palestra low-cost, il suggerimento è: fatevi qualche domanda su ciò che vi viene somministrato, e soprattutto se è proprio lo yoga che vuoi. Se prevale l’obiettivo di tonificare o dimostrare a te stessa che puoi fare acrobazie, esistono infatti numerose altre attività oggi molto più al passo con le conoscenze scientifiche, che hanno reso lo yoga performante obsoleto. Se prevale invece il bisogno di esplorare il vasto e misterioso territorio tra mente e corpo, se anzi percepisci interiormente che la distinzione stessa mente-corpo è limitante, allora lo yoga è una strada senza tempo.

Un’ultima considerazione sulle classi avanzate di yoga, che nel post da cui abbiamo tratto ispirazione vengono sconsigliate per chi soffre di diastasi. Il problema, dal nostro punto di vista, è proprio il concetto di classe avanzata e il criterio che molto spesso lo definisce (ne abbiamo già parlato qui), che non solo invita ad abbassare la guardia sull’ascolto, ma che non ha nulla a che vedere con lo yoga, quanto piuttosto con la sua commercializzazione. Siamo consapevoli che questo criterio è diffuso e non abbiamo mancato di sottolineare quanto sia deleterio il messaggio che trasmette: che la pratica di yoga ‘avanzata’ sia fare posizioni estreme, come se allora bastasse prendere una brava ballerina, o un ginnasta, per fare un grande yogi (e se qualcuno, tra insegnanti e praticanti, è sfiorato dal pensiero “Però sono avvantaggiati”, allora dovrebbe ricominciare dalle elementari). Non è scritto da nessuna parte che più ‘tiri’ o ti allunghi e più ascendi o avanzi nel cammino dello yoga, e infatti non è così.  

La pratica di yoga avanzata è quando capisci che tutto ciò che fai è superfluo: prima di allora, per onestà, ascriviamoci tutti tra i principianti.

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Yoga: per cominciare

29 Giugno 2022 by Zénon 1 commento

Spesso ci viene rivolta la fatidica domanda: che cosa posso leggere sullo yoga a titolo introduttivo? La risposta non è sempre facile, perché a fronte delle moltissime pubblicazioni sullo yoga, un po’ di buono c’è qua e là, ma i libri ‘di largo consumo’ raramente vanno oltre un’esposizione molto scolastica e schematica, a volte un po’ distorta dalle mode dei tempi. Insomma, per chi si affaccia per la prima volta c’è molta varietà apparente e poca profondità: quasi sempre un testo vale l’altro, con gli stessi pregi e gli stessi difetti.

D’altro canto, molti spunti veramente profondi possono essere trovati in testi che però sono di difficile lettura per chi non ha già un bagaglio di conoscenze sulla materia. Ed è un peccato, perché alcune idee potrebbero essere di grande aiuto fin dall’inizio.

Nell’arrovellarci per trovare la risposta al quesito di cui sopra, nel cercare un titolo che non fosse troppo New Age, non assomigliasse troppo a un catechismo o a un corso di motivazione per venditori, e che non richiedesse nemmeno un corso di grammatica sanscrita per essere compreso – ecco arrivare la classica scoperta dell’acqua calda: nel corso degli anni su questo sito abbiamo pubblicato una discreta quantità di articoli, che oltre a contenere riflessioni di carattere personale, a loro volta rimandano anche a testi che speriamo di aver reso comprensibili anche ai non addetti ai lavori, e magari, chissà, incuriosito alla lettura.

È il nostro modesto contributo, parziale, che ovviamente risente delle nostre esperienze e delle nostre idiosincrasie, ma può essere, almeno per noi, la provvisoria risposta alla fatidica domanda, in attesa che si aggiungano ulteriori tasselli (e, chissà, magari in futuro qualcosa di più strutturato).

Siccome questi articoli sono usciti lungo un arco temporale di ben 8 anni, non è esattamente facile trovarli sul sito. Pubblichiamo quindi di seguito una selezione di quelli che riteniamo possano essere più utili per cominciare, suddivisi per aree tematiche, includendo anche qualche scritto che non parla direttamente di yoga, ma che rientra a buon diritto in questo contesto come approfondimento.

Buona lettura!

PS: nei commenti ci suggeriscono che il miglior testo per principianti rimane forse Imparo lo Yoga del buon André Van Lysebeth e ci accorgiamo di essere d’accordo (ma si accettano ulteriori suggerimenti).


Il cuore dello Yoga

Rischiare grosso con lo yoga: qualche consiglio per chi pratica
“Ma a cosa serve lo yoga?” “A riabilitare gli invalidi”
Un’idea di (auto)guarigione
Cosa significa ‘fare un passo oltre’ nello yoga?
Il Coraggio di Distruggere

Esistono tanti Yoga o uno Yoga?

Il vero yoga non esiste, grazie al cielo

Asana: perché nello yoga si fanno le posizioni?

C’è differenza tra yoga(āsana) ed esercizio fisico?
Yoga o ginnastica, forza o energia

Come praticare è più importante di cosa praticare: alcune questioni di principio

Accetta i tuoi limiti, ma vedi di toccarti i piedi in fretta
La cognizione del dolore negli yogāsana

Il respiro

Non saper respirare
Prāṇāyāma, questo sconosciuto
Pranayama: vita, respiro, morte e miracoli

Lo Yoga e la sua storia, la sua filosofia, tra ieri e oggi

Sensi soprannaturali: conversazione con Gioia Lussana sullo Yoga della bellezza
Lo yoga visto dai sadhu: intervista a Daniela Bevilacqua
Lo Yoga in una posizione: la storia improbabile degli āsana
Il Mahabharata cinematografico di Peter Brook
Yoga, o la (re)invenzione di una tradizione: intervista a Marco Passavanti

Il rilassamento

Non si può lasciare andare: oltre il rilassamento
Dormire col demone che grida: lo Yoga e il rilassamento profondo

La meditazione

Meditazioni per non uscire dal mondo
Meditare nel post-pandemia: un’inversione di tendenza
“Yoga” e i cani neri di Carrère
La meditazione può essere ‘usata’ per alleviare lo stress?
Lo Zen e le Neuroscienze: il Sé e l’Altro

Lo Yoga, in gravidanza

Lo Yoga e la Gravidanza: appunti di viaggio
La gravidanza non è smart, ovvero l’impazienza della dolce attesa
Diventare madri nell’era della ‘paura di vivere’
Leggi

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Le cazzate pseudospirituali nuocciono anche a chi non ci crede

13 Giugno 2022 by Francesco Vignotto 2 commenti

Se nell’articolo precedente prendevamo in esame chi si accosta oggi allo yoga e alla meditazione, rilevando che si tratta di una circostanza particolarmente favorevole, in questo nuovo articolo parliamo invece di chi si trova immerso in questo mondo da qualche tempo ed esprime la propria – spesso giustificata – insofferenza nei confronti di una certa approssimazione dilagante. Ma attenzione a non buttare via anche il bambino…

Le cazzate pseudospirituali fanno male, su questo siamo tutti d’accordo. Non se ne può più di energie e pensieri positivi, di beveroni sciamanici, sorellanze e fratellanze con cui il mondo dello yoga e dintorni ha messo alla berlina sé stesso. Io stesso non riesco ormai più a pronunciare la parola namastè, anche solo mentalmente, senza visualizzare la targa della Jaguar di Howard Hamlin in Better Call Saul.

Però, se siamo tutti d’accordo e nonostante questo non abbiamo abbandonato la pratica e bruciato tutte le copie della Bhagavad Gita (un gesto davvero rivoluzionario sarebbe: leggerla), probabilmente ciò vuole dire almeno due cose: che il nostro profilo psicologico non è compatibile con il reclutamento in QAnon (o siamo troppo spocchiosi, a seconda dei punti di vista), e che soffriamo di un inconfessabile dissidio interiore.

Non c’è infatti come inveire contro i falsi dèi, per trovare tutti d’accordo. Salvo però, quando bisogna dire qualcosa di positivo (arriva anche quel momento), trovarsi di fronte al dilemma: pronunciare qualche frase fastidiosamente simile alle false preghiere, o mugugnare qualche distinguo talmente sottile di cui nessuno comprenderà nulla, tranne che ‘noi non siamo come loro’. 

Il problema è che possiamo dirci per una spiritualità razionalista, possiamo addirittura abolire del tutto la parola spirito – ormai squalificata a mera categoria merceologica – e ribadire la nostra fede nella scienza contro la superstizione, ad esempio, delle medicine alternative. Tuttavia, se continuiamo a sederci nonostante tutto sul tappetino, almeno un presupposto dobbiamo ammettere di condividerlo con gli adoratori dei falsi dèi: che esista qualcosa al di là della ragione. Certo, ciò non significa buttare nella pattumiera la propria intelligenza, tuttavia se non concordiamo che non è quest’ultima ad avere l’ultima parola, allora probabilmente siamo noi gli impostori, gli stanchi mimi di una gestualità in cui per primi non crediamo più.

La nostra posizione è particolarmente delicata, ma riflette un dilemma comune alla società dell’informazione contemporanea, perciò chiedo il permesso per una piccola digressione.

Oggi il termine fake news è entrato nel gergo comune (se ne parlava, nelle nicchie, già una decina d’anni fa, ma siccome le baggianate facevano grossi volumi e l’avvelenamento dei pozzi non aveva ancora manifestato le sue funeste conseguenze, i più erano propensi a non andare troppo per il sottile). Vi è entrato, come sempre, in termini binari: un’informazione è o totalmente vera o totalmente falsa. È anzi significativo come la questione sia sempre posta in termini di verità, e non, ad esempio, di esattezza, accuratezza od obiettività, tutti termini che invece sono più propensi a contemplare delle sfumature. No: oggi un’informazione è da accogliere o rigettare in toto. Non può essere accolta con riserve. Ciò significa l’impossibilità del dialogo, ma per alcuni anche l’espunzione di intere dimensioni della vita.

Al di fuori dei laboratori, infatti, sono rari i casi di assenza di sfumature. È difficile stabilire che una notizia sia completamente vera, al netto della percentuale fisiologica di approssimazione, di interpretazione e di varie ed eventuali variabili (sì, anche i numeri, anche i ‘dati’, verso cui nutriamo una venerazione quasi patologica, sono sempre il frutto di una selezione). È altrettanto difficile che prenda piede una notizia totalmente falsa, non fosse altro che ciò che è inventato di sana pianta è molto meno credibile e molto più difficile da rendere verosimile, piuttosto che prendere spunto da una verità manipolandola. Una mezza verità è molto più efficace e anche molto più velenosa, perché una volta riconosciuto che c’è del marcio, difficilmente riusciremo a non associare il disgusto anche agli elementi di verità.

Così, siccome siamo nei paraggi da qualche anno, viene la tentazione di arrampicarsi sugli alberi al solo suono di parole come energia, vibrazione, forse anche cuore, per le troppe volte in cui abbiamo sentito parlare di ingenue o pelose pulizie di centri sottili; ci si accappona la pelle al suono della parola karma, o a sentirci ripetere che bisogna abbandonare l’ego o abbandonarsi e basta, a causa dei troppi farabutti che hanno utilizzato queste parole per nuocere agli altri ed esercitare i propri porci comodi. Sfugge un sorrisetto – e forse perché ci abbiamo creduto un po’ anche noi – nel sentire ancora ripetere che le torsioni depurano il fegato perché lo strizzano come una spugna. Eppure inviterei ad attendere prima di far scendere la scure.

Chiedo perdono se chiamo in causa un mantra giustamente diventato insopportabile come “ti faccio da specchio”, espressione utilizzata dalle macchiette paraspirituali per giustificare le proprie intemperanze attribuendole al proprio interlocutore. Si sarebbe tentati di rigettare il concetto come una cavolata tout court, ma possiamo tuttavia negare che contenga un fondo di verità, ossia che molto spesso ciò che nell’altro ci fa saltare la mosca al naso è, a ben vedere, ciò che abbiamo in comune con lui ma che stentiamo ad ammettere? Certo, ognuno dovrebbe preoccuparsi principalmente degli specchi che lo riguardano, piuttosto che di quelli altrui; tuttavia la questione riguarda, in senso più ampio, il rapporto tra la coscienza e la percezione di un mondo ‘esterno’ che del tutto esterno non è.

Tutto questo per dire, insomma, che mettere alla berlina i tic della spiritualità facile significa spesso anche orinare sopra attrezzi che prima o poi dovremmo utilizzare. Oltre, forse, a diventare un po’ più duri, mi si passi il termine, di cuore.

Che fare allora? Mi viene in mente un mondo che mi sta altrettanto caro, ovvero la poesia, dove periodicamente vi sono modalità espressive che diventano fruste e rappresentative soltanto di un mondo ormai svuotato del suo significato originario. In quei momenti, un atto di rottura è addirittura auspicabile, ma richiede la consapevolezza che è la forma a non essere più capace di veicolare senso vivente. Qualcuno ha detto addirittura abbasso i tramonti, ma ovviamente allo stereotipo, non al tramonto in sé. E allora la sfida più impervia, la prova del fuoco diventa parlare del tramonto, nonostante tutto.

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Meditare nel post-pandemia: un’inversione di tendenza

7 Giugno 2022 by Francesco Vignotto Lascia un commento

C’era tutto un discorso in quel silenzio,
tutto un parlare in ogni muto gesto;
pareva come se avessero appreso
ch’era stato salvato un mondo intero,
o che un mondo era andato in distruzione;

W. Shakespeare, Il racconto d’inverno

Saranno stati i due anni di follia pandemica e il presente ancora più subdolamente fosco, saranno i mantra della normalità che, falliti una volta, non si libereranno facilmente di quel sapore di impostura. Eppure devo registrare – personale statistica senza pretese universali – un crescente interesse nei confronti della meditazione e in generale per gli aspetti più interiori dello yoga, più che per i suoi risvolti cosmetici a livello corporeo.

Altrove si parla addirittura di un italiano su cinque che medita regolarmente: forse è una stima un po’ esagerata, ma gli umori che fiuto nell’aria mi dicono che la materia è uscita dalla nicchia e dal gergo della sottocultura. La novità è che, a quel che vedo, è un interesse asciutto, essenziale, schivo di pose e di frasi fatte, poco o nulla intellettualistico e alieno dal rischio del ‘bisogna crederci’. In una parola mi verrebbe da dire: sincero.

Novità nella novità, alle sessioni di meditazione si vedono anche persone molto giovani, giovani che in epoca pre-Covid avrebbero forse dedicato più volentieri il proprio tempo a qualcosa di più movimentato. Spesso, chi arriva ha già afferrato il succo, magari grazie a un assaggio durante il periodo di reclusione forzata con qualche video su internet (mi ricordano che esistono anche delle app per meditare: ben vengano, se risvegliano il desiderio di qualcosa di più vivo).

Così anche quel periodo che tutti ripetiamo di volerci lasciare alle spalle ha dato i suoi frutti, oltre a cicatrici forse indelebili, trasformando per alcuni le pesanti restrizioni in occasione per scoprire il valore del raccoglimento, la necessità di sfiatare la mente come difesa di fronte a una realtà che, rivelandosi all’improvviso friabile, lascia ben pochi degli appigli usuali.

Mai come oggi la meditazione è tema vivo, ma non di moda: mi piace pensare che sia piuttosto la maglia che non tiene in una attualità sempre più argomentante a vuoto. Non si medita per essere più efficienti al lavoro, per sentirsi parte di una comunità, e forse nemmeno per essere più sereni. Si medita perché è essenziale almeno quanto mangiare o evacuare: questo è ciò che mi sembra le persone colgano oggi – spesso da sole, senza bisogno di essere imboccate – molto più di ieri. Più che la ricerca di un rifugio, mi sembra la constatazione, o perlomeno il presentimento, di quale sia la reale gerarchia.

Anche per questo, se un tempo mi sentivo di sconsigliare un approccio diretto con la meditazione, ma di familiarizzare con la pratica corporea e respiratoria dello yoga (o qualunque attività che porti al silenzio), oggi i tempi mi sembrano drammaticamente cambiati.

Lo noto dalla semplicità con cui a fronte di poca o nulla esperienza le persone familiarizzano con un’attività in cui non c’è nulla da fare, da come le sessioni si possano allungare e scarnificare di istruzioni, da silenzio a silenzio. Capita sempre meno che qualcuno si trovi nel luogo sbagliato; chi chiede di meditazione, quasi sempre cerca quello, non qualcos’altro. Vuole approfondire, non prendere ciò che serve e lasciare ciò che appare superfluo.

Certo, ci sarà sempre la superficialità del mercato, ma anche quella dei sacerdoti che cercheranno di metterci il cappello, dei cavillatori che troveranno dei vizi di forma, degli utenti precoci disturbati dai nuovi arrivi. Tuttavia ciò che è autentico è spesso semplice, elementare, forse d’istinto, come pregare, o semplicemente tacere.

Secondo la tradizione Tantrica classica, nella vita di un individuo si può verificare un evento che segna un’inversione di tendenza, dalla contrazione (il sentimento di separazione dal resto del mondo che è connaturato all’esistenza individuale ed è origine della sofferenza) verso l’espansione, ovvero l’esperienza di fluidità tra sé e tutta la realtà esistente.

Questo evento può manifestarsi in modalità clamorose oppure pressoché silenti. In quest’ultimo caso, i segni sono da rintracciare nella vita di tutti i giorni. Christopher Wallis 1C. Wallis, Tantra Illuminated: The Philosophy, History and Practice of a Timeless Tradition, MATTAMAYŪRA PRESS osserva che uno di questi segni è proprio il fatto che “quando si chiudono gli occhi, si rallenta il respiro e si rivolge l’attenzione all’interno, si percepisce immediatamente un senso di presenza, una percezione di dolcezza nel semplice stare con il proprio sé interiore”. Per chi quella svolta non è ancora arrivata, è difficile cogliere il senso di rivolgersi all’interno: mostreranno impazienza, avranno bisogno di spiegazioni, lo troveranno estremamente arduo e infruttuoso.

Ebbene, dalla pandemia in poi non ho mai osservato così tante persone che il senso lo colgono perfettamente. Grazie, qualcuno dirà, chi frequenta un centro di yoga è già un campione selezionato e orientato in quella direzione. Ma invece non è così scontato e se in precedenza molti avevano bisogno di molto lavoro – molte cose da fare – per trovarsi infine e momentaneamente a proprio agio con qualche fortuito istante di silenzio, ora invece i più si trovano già a proprio agio fin dall’inizio nell’interiorizzarsi. 

Alla luce di tutto questo, forse si potranno trarre alcune conclusioni su ciò che obiettivamente può essere classificato come ‘trauma collettivo’, e sul fatto che le macerie e le ferite sono solo una parte della realtà, una porzione delle conseguenze: è proprio di tempi inconcepibili, in mezzo a tanta sofferenza e incertezza, anche la possibilità di afferrare in un istante ciò che non basterebbe una vita per comprendere. 



P.S.: questo articolo doveva inizialmente rispondere ad alcune domande di approfondimento sulla pratica poste da chi frequenta il nostro centro. Arriverà anche quello, molto presto, in altri articoli. Per ora mi sembravano doverose queste considerazioni: parlare di questi temi oggi non è come parlarne ieri, i tempi sono completamente cambiati e forse non è una del tutto cattiva notizia.

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↑1 C. Wallis, Tantra Illuminated: The Philosophy, History and Practice of a Timeless Tradition, MATTAMAYŪRA PRESS
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“Yoga” e i cani neri di Carrère

17 Gennaio 2022 by Francesco Vignotto Lascia un commento

“È possibile meditare quando senti un groppo d’ansia sotto il plesso solare, hai nei polmoni due pacchetti di sigarette fumati smaniosamente ogni giorno e la coscienza attraversata da un flusso ininterrotto di pensieri tossici: rimpianto, rimorsi, rancore, ansia da abbandono? Quando non trovi rifugio da nessuna parte e sei in balìa di quel che di peggio c’è dentro di te?” Alcune riflessioni sull’ultimo libro di Emmanuel Carrère, che da outsider depone una pietra tombale sul mito del benessere New Age, in cambio di un salutare bagno di realtà.

Confesso che ho esitato qualche mese a leggere Yoga di Carrère perché tendo a diffidare dell’hype, un po’ per spocchia, un po’ per un crescente bisogno di argomenti ‘inattuali’, visto che abbiamo imparato quanto l’attualità può essere tossica, volgare e lontana dal cuore della realtà (un po’ come l’inevitabile rumore attorno alle battaglie legali tra Carrère e la ex moglie, che ha fatto purgare dal romanzo tutte le parti che la riguardano).

Confesso anche che non avevo mai letto nulla di Carrère fino a qualche settimana fa, sebbene da tempo fossi attratto già da alcuni suoi titoli precedenti. Preferivo però non cominciare dall’ultimo proprio perché riguarda un tema in cui sono fin troppo implicato, conoscendone le beghe, per godermi appieno la lettura.

Così, quando ho ricevuto in regalo Io sono vivo, voi siete morti, la biografia di Philip K. Dick che proprio Emmanuel Carrère scrisse negli anni Novanta, e avendola letta con molto piacere (sono un appassionato di Dick), non avevo più scuse per evitare la lettura del suo lavoro più recente. Con sorpresa, ma neppure troppa, ho constatato che tra i due libri vi è più di un punto in contatto: entrambi formulano importanti questioni sulla vita, sulla natura ultima del reale e sulla possibilità di conoscerla, e in entrambi questi stessi temi costeggiano l’abisso del disturbo psichico.

Dal canto suo, Yoga racconta come non ci sia nulla che preservi dalla buia notte dell’anima, nemmeno quando, come all’inizio del libro, sembra che per l’autore la vita si sia stabilizzata una volta per tutte sul versante più comodo. È proprio in quel momento che nasce l’idea di scrivere “un libretto arguto e accattivante” sullo yoga che avrebbe trovato posto nei già affollati scaffali delle librerie dedicati all’auto-aiuto e alla crescita personale. Tuttavia Carrère conosceva già fin dai tempi di Io sono vivo la saggezza dell’I Ching basata sull’alternanza degli opposti, e le sue stesse parole di allora suonano come un ambiguo avvertimento che

ogni momento è un passaggio, che l’apogeo è l’inizio del declino e la sconfitta preannuncia la vittoria futura. A chi brancola nelle tenebre [l’I Ching] insegna che presto tornerà la luce, a chi esulta sotto il sole di mezzogiorno che sta già cominciando il crepuscolo, al saggio l’abile arte di lasciarsi portare dal corso delle cose come una barca vuota si abbandona alla corrente del fiume.

Per Carrère la notte cala con la fine del matrimonio, e la barca vuota che si era convinto di essere si rivela piena di demoni. La crisi sfocia in un ricovero in psichiatria durante il quale sarà sottoposto a terapia elettroconvulsivante. La diagnosi è sindrome bipolare.

La situazione sembrerebbe essere sfuggita molto lontano dallo yoga, qualcuno potrebbe obiettare (ma poi: perché?). Eppure tra le tante definizioni provvisorie di meditazione che costellano il libro, la più assoluta arriva non nella prima parte, che precede il disastro, seduto sullo zafu durante il purgatoriale seminario di Vipassana, ma nella seconda parte, di fronte a tutto l’orrore per sé stessi che non si può spiegare, per bocca di un anziano psicanalista, ex gesuita ed ex lacaniano, trasformatosi suo malgrado in maestro Zen:

Quello che sta vivendo e orribile: bene. Lo viva. Vi aderisca. Sia quell’orrore. Se deve morirne, ne morirà. Non cerchi né ragioni né mezzi per uscirne. Non faccia niente, lasci perdere: solo cosi può verificarsi un cambiamento.

Non funzionerà, si affretta a precisare Carrère. Ma nessuno aveva detto che doveva funzionare. O meglio: sperare che funzioni è ancora parte del problema.

La mosca al naso

Yoga non segue il copione consolidato della celebrità che ha sconfitto la depressione o ha smesso di picchiare la moglie grazie alla meditazione; lo yoga non è qui una spugna magica, né Carrère ha la pretesa di essere qualcosa più di un meditante della domenica, ma proprio per questo ne guadagna in credibilità oltre che tensione drammatica: abbiamo già troppi scrittori-attori-cantanti che si riciclano nel settore benessere come maestri di vita, la cui placida anima non è mai increspata nemmeno da un peto. (Sperando di non essere contraddetti in futuro dai fatti, almeno in questo libro Carrére rimane lo scrittore che un po’ si pente di non essersi portato, trasgredendo le regole, il taccuino al seminario intensivo di Vipassana: nonostante tutti gli sforzi per convincersi del contrario, è lì per un reportage).

Emmanuel Carrère

Yoga ha fatto saltare la mosca al naso a parecchi praticanti attirati dal titolo, e quello appena esposto potrebbe essere un motivo: non è una storia esemplare. Non è il “libretto arguto e accattivante” che lo stesso autore si era inizialmente proposto di scrivere e che chi pratica yoga vorrebbe leggere. Che alla fine si sia comunque intitolato Yoga lo rende quasi un koan, tanto che la vera motivazione che spinge a terminare il libro è proprio scoprire perché Yoga sia stato scritto lo stesso; che è forse, meravigliosamente, lo stesso motivo per cui si pratica yoga nonostante la vita si guardi bene da somigliare alle agiografie dei santi.

Un altro elemento di disappunto per gli appassionati è la disinvoltura con cui Carrère utilizza la parola Yoga come macro-contenitore per riferirsi non solo alla pratica corporea – di cui parla in realtà poco – ma soprattutto alla meditazione e al Tai Chi. Il nostro autore non va nemmeno troppo per il sottile coi riferimenti letterari, che, va bene, sono abbastanza prevedibili per chi mastichi appena un po’ della materia: con tutte le mattine trascorse al Cafè dell’Église a leggere Patanjali (“Quanto me la tiravo”), Carrère non spreme molto più di un sunto da quarta di copertina; il Bardo va sempre bene, sia che si viaggi con l’LSD, sia che si tenti il suicidio, sia che si partecipi a un seminario intensivo in cui ai partecipanti è vietato parlare e a condurre è una voce preregistrata; la mania per yin e yang e per le infinite elencazioni di opposti sembra a volte più un fuoco d’artificio per impressionare l’altro sesso e i giornalisti inesperti, non fosse che l’alternanza di opposti è tragicamente connessa proprio al suo disturbo mentale. Ma sebbene Carrère non sia Calasso, il suo essere e rimanere scrittore di mondo lo tiene quasi sempre lontano da fole New Age, e anche quando le sfiora (lo yoga molecolare) le elabora poeticamente.

Con quelle due-tre nozioni che potrebbero essere già logore da un pezzo, anzi, Carrère si mette a scavare, in un corpo a corpo con i vortici della mente, sondando gli animi e le motivazioni profonde senza sconti (William Hurt che vuole essere una persona migliore per essere un attore migliore, i volontari sull’isola di Leros che affogano i loro cuori infranti nell’altruismo) e portando alla luce intuizioni notevoli proprio quando disinvolte.

Tra il dottor Yang, da un lato, che invita ad andare cauti con la meditazione, per non svegliare le potentissime energie che può mettere in moto (“Ci metteva in guardia contro questi rischi che non mi pare di avere mai corso, o se è successo non me ne sono reso conto, o ancora, più probabilmente, non ho mai raggiunto né mai raggiungerò il livello a partire dal quale cominciano a presentarsi”); e il maestro di Iyengar yoga secondo il quale occorrono dieci anni di preparazione ortopedica, di allineamento di bandha e chakra prima di poter essere degni di sedere sul cuscino; di fronte insomma a tutta questa erudizione che getterebbe nello sconforto il proverbiale millepiedi senza sapere più quale zampa muovere per prima, Carrére conclude, di testa sua e con invidiabile concretezza popolana, che meditazione è tutto ciò che succede quando ti siedi in silenzio, compresa la noia, i dolori, i pensieri parassiti. Compresa l’impressione che stai perdendo tempo con una cazzata pseudo-spirituale.

La prova della bellezza

Ram Dass

Ma c’è un altro motivo per voler bene a Carrère, ed è una piccola corazzata Potëmkim che ci ricollega (e non è l’unico caso per chi vuole leggere tra le righe) al tema dell’articolo precedente. Pur rifiutandosi di gettare via il bambino con l’acqua sporca (altro tema dickiano), il nostro non può mancare di rilevare che gran parte della sotto-cultura spirituale sia irrimediabilmente brutta. Da scrittore, è più che sfiorato dal dubbio che questa desertificazione della bellezza vorrà pur dire qualcosa. Imperdonabili – nel senso di Cristina Campo, ovvero perfette – sono le sue considerazioni di fronte ai partecipanti del seminario di Vipassana, che tra una sessione e l’altra, come da cliché, non riescono a resistere ad abbracciare gli alberi (la scena, con il balletto delle esitazioni che lo precede, è invero molto più comica di come la potrei descrivere). La visione genera un cortocircuito tra la lettura di alcuni saggi di Orwell e la visione di un documentario su Ram Dass; il confronto è impietoso:

Guardando il documentario, mi immaginavo quanto sarcasmo e perfino disgusto avrebbe suscitato in Orwell […] questo vecchio saccente, Ram Dass, tipico esemplare della tribù degli yogi-barbuti-vegetariani-indossatori di sandali che lui considerava non innocui babbei, ma imbecilli decisamente pericolosi. Ebbene, guardando questi ragazzi con le cuffie peruviane che abbraciano gli alberi, mi chiedo anche: come mai gli accenti di verità, il peso dell’esperienza e persino il godimento estetico sono con tanta evidenza dalla parte di Orwell e non da quella di Ram Dass né di nessuna delle autoproclamatesi guide spirituali che recitano i loro sempiterni discorsi sull’espansione della coscienza, sul potere del qui e ora e sulla pace interiore? Perché i loro pensieri mancano a tal punto di gravitas? Perché nessuno di loro supera la prova della bellezza? Perché i loro libri dalle copertine rosa o azzurre, che in ogni libreria new age balzano agli occhi come l’incenso alle narici, sono cosi brutti, cosi stupidi?

“Penso per esempio che ci sia un grado di verità maggiore in Dostoevskij che nel Dalai Lama” concluderà più tardi, altrettanto imperdonabilmente, quando abbandonerà il seminario, con uno strappo alla regola, a causa degli attentati a Charlie Hebdo, dove il suo amico Bernard perse la vita. Tra il cervello di quest’ultimo sparso sul linoleum della redazione e il “conclave di meditanti impegnati a frequentare ognuno le proprie narici e a masticare in silenzio bulgur con gomasio”, Carrère conclude che “una delle due esperienze sia, molto semplicemente, più vera dell’altra”.

Ma questo non è che uno dei tanti momenti dialettici di Yoga, tra le incurisioni del e nel mondo e l’aspirazione ad elevarsi al di sopra della sofferenza del mondo, che nella spiritualità di massa rischia spesso di trasformarsi in elusione solipsistica, clausura a gettone senza sacrificio, come gli ayurvedici svizzeri isolati in un’ala di un albergo dello Sri Lanka, in accappatoio bianco e cuffietta di plastica, che non interrompono nemmeno per un istante il loro seminario, mentre il resto della struttura si è trasformata in un centro di accoglienza per gli sfollati di uno tsunami.

Se lasciate che affiori in voi stessi

È confortante che il cielo non si apra solo ai santi, ai saggi, ai frequentatori abituali di zafu, ma anche a noialtri membri della famiglia splendida e miserevole dei nervosi, a noialtri aggrediti dai cani neri.

Nella foto più sopra, il sorriso descritto a pagina 269 della giovane Martha Argerich che, dopo essere quasi sparita a sinistra dell’inquadratura, riprende il tema principale della polacca Eroica di Chopin; è il sorriso che “viene al tempo stesso dall’infanzia e dalla musica” di chi ha visto il paradiso, anche solo per 5 secondi. Dalla biografia curata dalla figlia, emerge quanto Martha fosse stata una madre madre tossica e dispotica.

A giudicare dalla pila di copie disponibili in libreria, senza paragone con qualsiasi altro volume Adelphi, Yoga sta vendendo ancora molto a più di sei mesi dall’uscita (“Questo qui ci sta uscendo dalle orecchie” si lascia sfuggire la commessa mentre lo acquisto). Ne sono, in fondo, contento, perché è un libro che sa confluire nelle vene del mainstream senza rinunciare a incidere in profondità, ma soprattutto sa lasciare aperti gli orli di una ferita (come dovrebbe fare un romanzo), non utilizza lo yoga come tappeto per nascondere la polvere e proprio per questo, a modo suo, contribuisce a una riflessione più matura sul senso ultimo della pratica; e soprattutto è consapevole che il senso ultimo non sarà probabilmente annunciato mentre siamo seduti a meditare.

Certo è uno yoga, anche quello, mainstream, sui generis, o Iyengar o Ashtanga, uno yoga piramidale di grandi, inarrivabili maestri da piedistallo, e di milioni di pedoni che probabilmente perderanno sempre terreno nel cercare invano di bandire l’ombra dalla propria vita.

Il valore di Yoga è di avere la sincerità di guardare in faccia l’oscurità, ma anche la notevole intuizione – notevole proprio perché vi arriva a braccio, fosse anche strisciando, senza essere imboccato da alcuno – che quell’oscurità non può e non deve essere essere espunta: “A sinistra c’è l’Ombra ma c’è anche la gioia pura, e forse non può esserci gioia pura senza Ombra, e allora vale la pena di vivere con l’Ombra”.

Nel riprendere in mano il libro per scrivere questo articolo, mi accorgo della citazione del Vangelo di Tomaso in epigrafe di cui mi ero completamente dimenticato, ma che mi sembra essere il sigillo perfetto a queste riflessioni:

Se lasciate che affiori in voi stessi, ciò che avete vi salverà. Se in voi stessi non lo avete, ciò che in voi stessi non avete vi ucciderà.

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